LUCIANO SALCE: L'ULTIMO SBERLEFFO

Una produzione ORCHIDEA.COM

con il sostegno di COMUNE DI ROMA
- ASSESSORATO POLITICHE CULTURALI

e con la collaborazione di DETOUR OFFCINEMA, CSC - CINETECA NAZIONALE, CASA DEL CINEMA


ROMA, CASA DEL CINEMA, 23 e 24 febbraio 2006 - INGRESSO GRATUITO

 

Organizzazione Orchidea.com - www.orchidea.com Direzione artistica Orchidea De santis, Sergio Ponzio Testi e consulenza Andrea Pergolari segretario di produzione Giulio Grandi progetto grafico Sergio Ponzio Ufficio stampa Caterina Altieri 339/8344524 Incontri a cura di Orchidea De Santis con Italo Moscati, Oreste De fornari, Antonio Tentori e Andrea Pergolari con a collaborazione di Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale e di Rai - Radioscrigno




L'ULTIMO SBERLEFFO

Quando ci lasciò, a metà dicembre del 1989, era già sceso da qualche anno il silenzio su di lui. L'ultimo film, Quelli del casco , girato l'anno prima, aveva avuto tanti problemi distributivi da essere consegnato alla clandestinità.

Ed alla clandestinità rischiava di essere consegnato lo stesso Luciano Salce, su cui, negli ultimi quindici anni è sceso un silenzio quanto meno sospetto.

Sospetto perché, finché era in vita, clandestino Salce non lo è mai stato. Caso mai, il contrario. Col suo profilo sghembo, il sorriso stirato, i tratti spigolosi come il suo umorismo, è stato regista, attore e autore teatrale, radiofonico, televisivo e cinematografico, protagonista di quarant'anni dello spettacolo e della cultura italiana. E non solo. Salce appartiene alla felice generazione del '22: coetaneo e amico di Vittorio Gassman, Luigi Squarzina, Luciano Lucignani, Adolfo Celi, Emilio Corrao: tutti compagni all'Accademia D'Arte Drammatica di Roma, tutte figure di spicco tra gli intellettuali italiani del Novecento.

E allora, perché, tra tutti, proprio su Salce è sceso l'oblio? Qualche sospetto c'è, come dicevamo.

Luciano Salce era uno spirito libero ed irriducibile, un intellettuale colto e spiritoso, un umorista leggero e pungente. Tutti attributi che possono fare cortocircuito in un paese come il nostro, dove troppo spesso la cultura è associata alla noia, l'umorismo alla superficialità, l'intelligenza alla pedanteria, la leggerezza alla frivolezza; e si potrebbe continuare all'infinito con le combinazioni... Luciano Salce non aveva tessere di partito e sapeva e voleva ridere di tutto, senza distinzioni, manicheismi, obiezioni. Era un umanista autentico e poteva permettersi di sbeffeggiare chiunque: con Il federale , una delle sue commedie più perfette, fece saltare dalla sedia schieramenti di destra e di sinistra, perché da un lato ridicolizzava i fascisti e dall'altra solleticava la rigidità degli antifascisti; con Colpo di stato prese di mira l'intera classe politica italiana, arrivando a conclusioni di un estremismo rivoluzionario tale da costringere il film al silenzio assoluto per trentacinque anni esatti. Il suo umorismo molto spesso si coniugava sotto il segno dello sberleffo e lo sberleffo è insopportabile per chi è privo di senso autocritico ed autoironia. Salce di autoironia ne aveva a profusione, accanto a cultura, capacità di osservazione, senso del linguaggio: se, come autore teatrale, è tra i pochi veri satirici italiani del Novecento, come autore cinematografico (ed autore lo è in senso pieno, anche avvalendosi delle collaborazioni preziose di Castellano, Pipolo, Tognazzi, Villaggio, Menczer, Morricone) è tra i capofila della commedia italiana.

Ridere su tutto, ridere di tutti: è questo che gli è costato il silenzio. Non ci si può accostare a Salce ed alla sua opera facendosi forza di certezze ideologiche, sociologiche e politiche: state sicuri che l'autore e le sue opere ce le ritorceranno contro. E se su un autore non si può piantare una bandiera ideologica, meglio dimenticarlo, perché inservibile. Oppure tentare, forzatamente, di portarlo entro le proprie coordinate culturali.

Perché Salce si fa sberleffi di tutti. Anche dell'autore improvvido di queste righe di introduzione: due pagine spiegate a ricordare come Salce sia dimenticato da tutti, per introdurre un omaggio al regista. Ma questo è solo l'ultimo sberleffo di Luciano Salce.

Andrea Pergolari

i

GIOVEDI' 23 FEBBRAIO

CASA DEL CINEMA - SALA DELUXE

15.30 IL FEDERALE
17.30 SPAZIO INCONTRI
19.00 EL GRECO
21.30 COLPO DI STATO

VENERDI 24 FEBBRAIO

CASA DEL CINEMA - SALA DELUXE
15.30 BASTA GUARDARLA
17.30 SPAZIO INCONTRI
19.00 IO E LUI
21.00 ALLA MIA CARA MAMMA NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO



I FILM IN RASSEGNA

IL FEDERALE (1961)

Regia Luciano Salce; sogg. Castellano e Pipolo; scen. Castellano e Pipolo, Luciano Salce; dir.fot . Erico Menczer; mus. Ennio Morricone; mo. Roberto Cinquini; scg . Alberto Boccianti; co. Giuliano Papi; arr. Arrigo Breschi, Ennio Michettoni. Interpreti : Ugo Tognazzi ( Primo Arcovazzi ), Georges Wilson ( prof. Erminio Bonafè ), Gianrico Tedeschi ( Arcangelo Baldacci ), Elsa Vazzoler ( Matilde, sua moglie ), Stefania Sandrelli ( Lisa ), Mireille Granelli ( Rita ), Franco Giacobini ( il matto ), Renzo Palmer ( partigiano romagnolo ), Gianni Agus ( un federale ), Luciano Salce ( ten. Rudolph ), Gino Buzzanca, Leonardo Severini, Salvo Libassi, Peppino De Martino ( partigiani in convento ). Produzione: Isidoro Broggi e Renato Libassi per D.D.L.; durata: 101'.

TRAMA: Durante l'occupazione nazista di Roma, il fascista Primo Arcovazzi è incaricato di arrestare il prof. Erminio Bonafè, filosofo liberale designato da un comitato di antifascisti come presidente della futura repubblica italiana. Col miraggio della promozione a federale, Arcovazzi parte alla ricerca di Bonafè e lo scova ben presto in un paesino dell'Abruzzo. Ma le difficoltà sono appena iniziate...

È il quarto film di Salce, il secondo girato in Italia, ma è il titolo che avvierà definitivamente le carriere del regista e del protagonista Ugo Tognazzi, finalmente sdoganato dal cinema comico degli anni '50. Primo capitolo (gli altri saranno La voglia matta e Le ore dell'amore , anch'essi scritti dagli sceneggiatori Castellano e Pipolo ed altrettanto rilevanti per qualità espressiva) di una trilogia sull'italiano medio, sul borghese quarantenne a contatto con vecchie e nuove realtà sociali, è una commedia al fulmicotone, un film di viaggio dal ritmo dinamico, dai dialoghi sarcastici e pungenti, di grande qualità fotografica, privo di cedimenti sentimentali ma con improvvisi e struggenti intermezzi lirici. Commedia a due personaggi senza essere film di coppia, priva di personaggi femminili (con l'eccezione dell'esordiente Stefania Sandrelli) ma ricca di gag memorabili e momenti spettacolari, mette a confronto due caratteri (in rappresentanza di due orientamenti ideologici) e li proietta verso un traguardo finale che sarà un regolamento di conti con la Storia: per l'ottuso borghese accecato dal fascismo non potrà esserci coscienza, né redenzione, né conversione. Grandi prove di Tognazzi e Wilson, ma spetta a Gianrico Tedeschi il personaggio più impietosamente satirico, quello del poeta di regime Arcangelo Baldacci, portabandiera dei voltagabbana di ogni epoca e luogo.      

EL GRECO (1966)

Regia Luciano Salce; sogg. e scen. Guy Elmes, Luigi Magni, Massimo Franciosa, Luciano Salce; dial. John Francis Lane, Fred Burnley; dir.fot. Leonida Barboni (DeLuxe color); mus . Ennio Morricone; mo. Nino Baragli, Fred Burnley; scg. Luigi Scaccianoce; arr. Francesco Bronzi; co. Danilo Donati. Interpreti: Mel Ferrer ( El Greco ), Rosanna Schiaffino ( Jeronima de la Cuevas ), Mario Feliciani ( card. Nino De Guevara ), Giulio Donnini ( Pignatelli ), Adolfo Celi ( Don Miguel de la Cuevas ), Renzo Giovampietro ( frate Felix ), Gabriella Giorgelli ( Maria ), Franco Giacobini ( Francesco ), Fernando Rey ( re Filippo II ), Angel Aranda ( Don Luis ). Produzione: Alfredo Bini per Arco Film (Roma), Les Films du Siècle (Parigi); durata: 94'.

TRAMA: Toledo, 1576. Arrivato in Spagna dall'Italia con l'amico Francesco, il pittore Dominikos Theotokopulos (meglio noto come El Greco) è chiamato ad affrescare una chiesa da Don Diego di Castilla. Nonostante la grandezza della sua arte, riesce con difficoltà a far comprendere il suo misticismo pittorico alla rigida ortodossia cattolica spagnola. Innamoratosi della nobile Jeronima de la Cuevas, promessa sposa di Don Luis, è tradito da un suo conoscente e denunciato all'Inquisizione. Riuscirà a scagionarsi, ma intanto l'amata Jeronima, entrata in convento, è morta.

Poi, magari, un giorno riusciremo anche a scoprire cosa (o chi) ha convinto Luciano Salce (al di là dell'ovvio allettamento alimentare) a dirigere una biografia del pittore El Greco. Il fatto non è tanto che il soggetto storico (scritto, non a caso, da Luigi Magni) sembrava prestarsi perfettamente alla rievocazione raffinata di un Bolognini o a quella matematica di un Lattuada; e nemmeno la presenza di due star come come Mel Ferrer e Rosanna Schiaffino; o la fotografia in Cinemascope coi colori DeLuxe di Leonida Barboni. Il fatto è che un regista, attore e autore di commedie, da sempre (e per sempre) unicamente attivo nel repertorio brillante, sia capace di approntare un film di tale qualità, utilizzando lo schermo panoramico e i colori De Luxe come neanche Richard Fleischer nel suo L'altalena di velluto rosso (1958): guardare per credere il duello tra gli spadaccini Ferrer e Fantasia (!!). Lento, ieratico e solenne per tutta la prima parte, con la rievocazione del talento pittorico di El Greco, il film acquista il necessario rigore drammatico nella seconda parte, rivelando con pudore i conflitti di una coscienza. Siamo a metà tra Il tormento e l'estasi (1965) di Carol Reed ed Un uomo per tutte le stagioni (1966) di Fred Zinnemann: mai avremmo pensato di dover prendere questi punti di riferimento per un regista come Luciano Salce.      

COLPO DI STATO (1969)

Regia Luciano Salce; sogg. Ennio De Concini; scen. Ennio De Concini, Luciano Salce; dir.fot. Luciano Trasatti; mus . Gianni Marchetti; mo. Sergio Montanari; scg. Giulio Cabras. Interpreti : Steffen Zacharias ( George Bradis ), Dimitri Tamarov ( Matruch, il fotografo ), Silvano Spadaccino ( il fidanzato ), Orchidea De Santis ( la fidanzata ), Luciano Salce ( se stesso ), Bebert H. Marbourtie ( pres. Johnson ), Anna Casalino ( Anna Ferretti ), Giovanni Rionni ( Claudio Villa ), Amedeo Merli ( Giordano ), Anna Maria Capparelli ( sua moglie ), Leo Talamonti ( primo ministro ), Alberto Plebani ( presidente della Repubblica ), Loris Gizzi ( il capocomico ), Loris Zanchi ( ministro all'aereoporto ), Luciano Bonanni ( il tipografo ), Luca Sportelli ( cliente in merceria ). Produzione: Franco Cristaldi per Vides Cin.ca; durata: 105'.

TRAMA: Italia, 1972. Si avvicinano le elezioni politiche e comincia il solito fermento: onorevoli promettono promesse che mai manterranno; giornalisti fanno inchieste sul voto venturo; suore si affannano a raccogliere voti per la propria "parrocchia". Insomma, tutto è pronto per la conferma del solito governo, anche il cervellone elettronico adibito allo spoglio elettorale ed arrivato direttamente dall'America. Senonché, il giorno dello spoglio, il cervellone comincia ad emettere dati imprevedibili: sembra proprio che i comunisti abbiano effettuato il sorpasso elettorale. E mentre la televisione di stato si adegua immediatamente alla linea editoriale dei prossimi "padroni", il panico invade l'intera classe politica italiana, anche quella comunista che, per mantenere l'equilibrio, rifiuta la vittoria elettorale.

Eccolo qua, l'unico vero Ufo del cinema italiano. Per decenni cancellato dalla nostra storia (e non solo quella cinematografica): sembrava diventato un'invenzione borgesiana, una parola d'ordine da carbonari, un semplice motto di spirito, una leggenda metropolitana (decidete voi) prima che fosse riesumato alla Mostra del cinema di Venezia del 2004.

I motivi del suo forzato oblio sono evidenti a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo: Colpo di stato è il nostro film più potentemente politico: mena fendenti satirici con un linguaggio modernissimo (film-reportage, cinema-verità, inchiesta giornalistica, con l'inserimento geniale di cori da opera lirica a mò di cori da tragedia greca ed una cornice autoreferenziale che può mandare in deliquio i cinefili duri e puri) dove tutto è assolutamente finto ed insieme assolutamente vero (compreso il regista Salce nel ruolo di se stesso). E se, vedendolo, vi verranno in mente i nomi di Godard e Kubrick, non vi vergognate: è cosa buona e giusta, non un'eresia.

È il classico film di una vita, per lo sceneggiatore Ennio De Concini (comunista della prima ora, meglio specificarlo) che l'ha pensato escritto e per Salce che l'ha diretto: girato con pochi mezzi (ma con una grande fotografia), senza attori, ma con lo spirito di chi si mette totalmente in gioco, senza pudore e senza segreti.

Colpo di stato ride di tutto e costringe a ridere ogni spettatore. Che ride e ride, fino alle lacrime. Fino alla sequenza finale, quando il giornalista Giordano, l'unico vero comunista rimasto a credere nella rivoluzione, telefona alla propria redazione l'annuncio dell'incredibile vittoria delle sinistre, ignaro delle decisioni del proprio partito, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle solite impellicciate in libera uscita, a testimoniare il sospirato ritorno all'ordine.

Ecco, a quel punto si smette di ridere. E rimangono solo le lacrime.


BASTA GUARDARLA (1970)

Regia Luciano Salce; sogg. Iaia Fiastri; scen. Iaia Fiastri, Luciano Salce, Steno; dir.fot. Aiace Parolin (Eastmancolor); mus. Franco Pisano; mo. Marcello Malvestito; scg. Luciano Spadoni; co. Luca Sabatelli; coreog. Franco Estill. Interpreti: Maria Grazia Buccella ( Enrica ), Carlo Giuffrè ( Silver Boy ), Mariangela Melato ( Marisa ), Luciano Salce ( Farfarello ), Franca Valeri ( Pola prima ), Spiros Focas ( Fernando ), Pippo Franco ( Danilo ), Riccardo Garrone ( Pediconi ), Umberto D'Orsi ( Peppe De Pico ), Ettore G. Mattia ( zio di Enrica ), Pinuccio Ardia ( Bubù ), Mino Guerrini ( il medico ). Produzione: Mario Cecchi Gori per Fair Film; durata: 106'.

TRAMA: La lacrimevole e divertentissima storia della contadina Enrichetta divenuta soubrette d'avanspettacolo col nome d'arte di Erika Rikk: innamorata persa del suo pigmalione Silver Boy, cantante melodico dal fascino conturbante, costretta a lasciare il suo amante per via della gelosia intrigante della rivale Marisa, trova rifugio nella compagnia del guitto Farfarello (e della sua incredibile moglie Pola Prima), prima di tornare dal disperato Silver che, per amore di Erika, ha rischiato addirittura la vita.

Luciano Salce gioca pesante e vince la sua scommessa alla grande: girare una commedia scatenata e grottesca giocando col kitsch più iperbolico senza farsene minimamente contagiare sul piano formale. Merito della sceneggiatura di Iaia Fiastri e Steno che appronta una parodia folgorante di È nata una stella trasportandola nelle compagnie d'avanspettacolo degli anni '70, cioè in un mondo morto e sepolto da più di un decennio (il reo non è confesso: la televisione neonata nel 1954), un mondo di inconsapevoli sopravvissuti dove anche il patetico risulta ridicolo. Merito delle scoppiettanti musiche di Franco Pisano, apoteosi del cattivo gusto da varietà televisivo di terz'ordine. Ma merito soprattutto dell'incredibile messinscena del regista, della cura dei dettagli, del gioco citazionista senza tregua e senza freni, dove tutto è parodiabile, anche e soprattutto la propria serietà artistica. In un tripudio di piume e paillettes, tra ballerine bene in carne, coreografi omosessuali, guitti volgari e impotenti, cantanti protervi, drammi d'amore e di gelosia, pose da fotoromanzo e parole languide come carezze, tutto quello che c'è corrisponde alle aspettative degli spettatori e, nello stesso tempo, le contraddice.

Trionfo di Maria Grazia Buccella e Carlo Giuffrè, con una strepitosa Melato spagnola di Porta Ticinese, ma soprattutto con un duetto Salce-Valeri che survolta nella volgarità dell'avanspettacolo gli intellettualismi del cabaret e raggiunge le altezze sublimi del nonsense.      

IO E LUI (1973)

Regia Luciano Salce; sogg. dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; scen. Fulvio Gicca Palli, Enzo Siciliano, Luciano Salce, Nino Marino; dir.fot. Armando Nannuzzi (Technicolor); mus. Bruno Zambrini; mo. Antonio Siciliano; scg. Francesco Bronzi; arr. Renato Postiglione; co. Mario Ambrosino. Interpreti: Lando Buzzanca ( Rico ), Bulle Ogier ( Irene ), Gabriella Giorgelli ( Fausta, moglie di Rico ), Vittorio Caprioli ( Cuttica ), Mario Pisu ( Protti, il produttore ), Antonia Santilli ( sua figlia Flavia ), Jessica Dublin ( Leda Lidi ), Yves Beneyton ( Maurizio ), Paolo Bonacelli ( lo psichiatra ). Produzione: Dino De Laurentiis per De Laurentiis Inter Ma.Co. (Roma), Columbia (Parigi); durata: 108'.

TRAMA: Lo sceneggiatore Rico è in crisi. Perseguitato in sogno da una donna bellissima, lasciata la moglie Fausta per scrivere il film della sua vita (la storia di un intellettuale di sinistra che sposa una prostituta), si vede sfilare la sceneggiatura ed il progetto da un giovane cineasta contestatore e d'avanguardia, Maurizio, che s'ingrazia il produttore Protti. Per recuperare posizioni, Rico cerca di corteggiare la moglie di Protti, la vecchia diva del muto Leda Lidi, che accetta le attenzioni dello sceneggiatore. Ma Rico è tormentato da un problema imprevedibile: il suo sesso parla e ragiona con lui e lo spinge a comportamenti satireschi, a sfrenare la propria libido repressa.

Moravia più Salce più Buzzanca più Siciliano: già questo basterebbe a rendere il film imperdibile. Se poi ci aggiungete la bunueliana Bulle Ogier come donna dei sogni e le partecipazioni di Pisu, Caprioli, la Santilli, Jessica Dublin... il culto è fatto. Il bello è che il dialogo tra l'Io e l'Es, l'apologo moraviano sulla differenza tra la sublimazione e la repressione sessuale, trasposto in immagini da Salce, perde la pesantezza letteraria e diventa un film su Buzzanca. La vittoria finale di "lui" sulla mediocre ipocrisia di Rico è la rivincita della virilità sull'intelligenza, dell'istinto sessuale sulla cultura, del maschilismo sul (falso) moralismo, e dunque degli scatenati film erotici buzzanchiani sui noiosi film impegnati dell'epoca... Naturalmente, nulla è sul serio: ce lo ricordano i volti amici che spuntano dalle inquadrature, gli scherzi di Salce   e la messinscena che spinge tutto sul grottesco, sfrenando   il kitsch di Basta guardarla verso un barocco lussurioso e malizioso. Il film mantiene una precisa linea satirica, sia nell'osservazione divertita dell'ambiente cinematografico che nell'attacco impietoso ai figli di papà che giocano a fare i rivoluzionari, ai sovversivi col montepremi di famiglia che, qualche anno dopo, si daranno al terrorismo.

Tappa irrinunciabile delle filmografie di Salce e Buzzanca, Io e lui è un pendant de Il merlo maschio di Pasquale Festa Campanile (anche quello con Buzzanca): ovvero quando i nostri commedianti riflettevano sul proprio lavoro, divertendo.   

ALLA MIA CARA MAMMA NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO (1974)

Regia Luciano Salce; sogg. da Nel giorno dell'onomastico della mamma di Rafael Azcona e Luis Berlanga; adatt. Luciano Salce; scen. Sergio Corbucci, Massimo Franciosa, Luciano Salce; dir.fot. Erico Menczer (Eastmancolor); mus. Franco Micalizzi; mo. Amedeo Salfa; scg. e co. Fiorenzo Senese. Interpreti: Paolo Villaggio ( conte Fernando, detto Didino ), Lila Kedrova ( contessa Mafalda, sua madre), Eleonora Giorgi ( Angela ), Antonino Faà di Bruno ( zio Alberto ), Orchidea De Santis ( Jolanda, la sposa ), Renato Chiantoni ( Anchise, domestico ), Vera Drudi ( Driade, domestica ). Produzione: Rusconi Film; durata: 102'.

TRAMA: Orfano di padre, soggiogato da una madre iperpossessiva, il nobile Didino è un uomo di trentadue anni ormai avviato verso una castità morbosa e maniacale: non riuscendo ad avere rapporti con le donne, si rivolge a surrogati. Finché, un giorno, la morte accidentale della domestica Driade conduce alle sue dipendenze la giovane Angela, una ragazza bellissima e dolce, anche se storpia. Innamoratosi di Angela, Didino inizia a corteggiarla con i suoi modi obliqui e stravaganti. Ma la contessa Mafalda, sua madre, non accetta di lasciarsi strappare Didino da questa concorrente imprevista.

Come da un film d'occasione può nascere un capolavoro. Tratto da un'opera teatrale degli spagnoli Rafael Azcona e Luis Berlanga, il film nasce in risposta al successo imprevedibile del contemporaneo Per amare Ofelia di Flavio Mogherini, esordio cinematografico di Renato Pozzetto: una commedia brillante e molto elegante su un giovane industriale segretamente innamorato di sua madre. Entrato in competizione col collega Pozzetto, anche Paolo Villaggio vuole ritagliarsi un personaggio afflitto da una mamma ingombrante: ed ecco pronto Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno . Solo che la mamma di Villaggio è tutt'altro che la bella, sofisticata e giovanile Françoise Fabian del film di Mogherini: è una scarmigliata, furente, isterica e lamentevole Lila Kedrova, un perfetto oggetto da psicanalisi. Ed il film di Salce diventa esattamente l'opposto di una commedia sofisticata: è un grottesco nero che mischia il gotico e il melodramma e fa emergere pesantemente il surrealismo del testo di partenza. Una storia dove l'amore è sempre folle, tutti i personaggi sono tarati (fisicamente o mentalmente) ed il sentimento puro può vincere solo attraverso la sublimazione. Perfetto nei dettagli, nell'ambientazione, nella fotografia, nei personaggi di contorno, segna anche l'inizio della storica collaborazione tra Salce e Villaggio che, negli anni successivi, rivoluzionerà il cinema comico italiano con i primi due capitoli della saga di Fantozzi.

Andrea Pergolari