RECENSIONI

Zodiac
Regia di di David Fincher (2007)



“Zodiac” non è il tipico film thriller come può sembrare. È uno dei pochi film sui serial killer dove il personaggio meno importante è proprio l’assassino e il vero protagonista della storia risulta essere il meno probabile: Robert Graysmith, vignettista del San Francisco Chronicle e testimone diretto degli omicidi di uno psicopatico chiamatosi “Zodiac” durante gli anni 60 e 70 in California. Non può essere incasellato come giallo poiché analizza gli effetti di una ossessione, a tratti autodistruttiva, dei personaggi principali ed il loro calvario posto al centro delle loro vite.

“Zodiac” è stato il serial killer più inafferrabile della California. Fece la sua prima vittima accertata nel 1966. Nel 1969, dopo aver ucciso altri ragazzi, spedì lettere a tre giornali della Bay Area, ognuna delle quali conteneva un codice segreto che solo una insegnate di liceo riuscì a decifrare. Nelle sue lettere precisava che uccidere la gente per lui era un divertimento e le sue azioni erano spinte dal tentativo di raccogliere schiavi da impiegare al suo servizio nell’aldilà. Si diede il nome di “Zodiac” e alcune missive contenevano campioni della camicia macchiata di sangue di un tassista da lui ucciso.

David Fincher racconta gli otto anni di ricerche e di documentazione prodotta dalla polizia e da Robert Graysmith per il quale il serial killer fu un’ossessione quasi autodistruttiva nel tentativo di identificarlo. Ad accompagnare Graysmith in questa assillante analisi ci sono l’instabile giornalista Paul Avery e l’ispettore Dave Toschi. Il racconto non presta troppa attenzione al chi o al perché, ma al come. Dei 156 minuti di pellicola tre quarti sono dedicati ad esaminare il processo di investigazione, di interviste ai testimoni, di raccolta delle prove e di accurata revisione della documentazione prodotta; il resto sono vaghe conversazioni personali e la riproduzione accurata degli omicidi.
La storia è tutta circoscritta in un’atmosfera cupa ma mai obbligata; tutto si rivela in modo naturale e semplice e acquisisce valore se lo osserviamo come testimoni dei fatti, come spettatori di un documentario strutturato da tanti dettagli riguardanti l’assassino e le sue vittime. È un puzzle su diversi livelli, sia nella parte tecnica che artistica, preciso nei dettagli e nella meticolosa ricostruzione dei fatti, che ha come finalità la presentazione di un opera credibile.

La sceneggiatura di James Vanderbilt si basa sul romanzo di Robert Graysmith e segue i movimenti dei tre protagonisti principali vincolati in qualche modo al criminale: il commissario Dave Toschi (Mark Ruffalo), il giornalista Paul Avery (Robert Downey Jr) e l’ossessivo vignettista Graysmith (Jake Gyllenhaal); intorno a loro gira l’intreccio e le ricerche della polizia che molte volte collimano con quella dei giornalisti. Non si concentra soltanto sulla personalità dell’assassino ma indaga sugli effetti psicologici che segnarono la vita di queste persone che in quegli anni hanno vissuto da vicino questa storia e l’obiettivo principale delle scene ricade su di loro; i più coinvolti in questa specie di persecuzione che li soggioga rendendoli in qualche modo “vittime” dell’assassino.

Il regista analizza altresì il comportamento violento e distruttivo di un pazzo mai catturato, un assassino intelligente, geniale e viscido che con i suoi messaggi cifrati terrorizzò l’America. Le immagini di violenza non sono forse estreme come quelle viste in “Seven” ma sono molto profonde ed esplicite. Fincher in realtà non inventa niente di nuovo, semplicemente cerca nuove risorse narrative che non aveva mai sperimentato nelle sue opere. Prende forse come modelli ideali la sobrietà dei dettagli utilizzati da Alan J. Pakula nella ricerca giornalistica sullo scandalo Watergate in “Tutti gli uomini del Presidente” ed il tono estetico e documentaristico di Robert Fleischer nel suo “Strangolatore di Boston”. I suoi film parlano sempre, in un certo senso, della realtà e della sua rappresentazione e quello che si nasconde dietro di essa. I personaggi perseguono continuamente la verità ma non riescono a trovarla in un processo lungo dove lo spettatore viene chiamato a partecipare, altrimenti rischia di annoiarsi.

Il regista sviluppa una minuziosa storia intorno a questo serial killer per parlare della paura quotidiana e dell’impossibilità di scoprire la realtà dei fatti; espone la constatazione delle coincidenze che segnalano dove può trovarsi, avvicinandosi alla verità, quasi toccandola, ma senza poter provare che questa sia l’assoluta verità. La sfida degli attori è grande: mostrare personaggi convincenti che tengano l’interesse vivo e ci riescono grazie alle magnifiche e ottime interpretazioni in un’opera di qualità che penetra nella mente dello spettatore.

Le teorie sul caso “Zodiac” si sprecano e lo scrittore Graysmith nel suo romanzo attribuisce a questo serial killer, oltre alle sei persone uccise note e tre sopravvissute all’aggressione, un numero molto più elevato tra l’ottobre del 1966 e maggio del 1981. Uccise nei modi più svariati: con colpi d’arma da fuoco, accoltellate, picchiate, strangolate … forse secondo quella sua macabra promessa di raccogliere schiavi.

Gabriela Saraullo