
“Zodiac” non è il tipico film thriller come può sembrare. È uno
dei pochi film sui serial killer dove il personaggio meno importante è proprio
l’assassino e il vero protagonista della storia risulta essere il meno
probabile: Robert Graysmith, vignettista del San Francisco Chronicle e testimone
diretto degli omicidi di uno psicopatico chiamatosi “Zodiac” durante
gli anni 60 e 70 in California. Non può essere incasellato come giallo
poiché analizza gli effetti di una ossessione, a tratti autodistruttiva,
dei personaggi principali ed il loro calvario posto al centro delle loro vite.
“Zodiac” è stato il serial killer più inafferrabile
della California. Fece la sua prima vittima accertata nel 1966. Nel 1969, dopo
aver ucciso altri ragazzi, spedì lettere a tre giornali della Bay Area,
ognuna delle quali conteneva un codice segreto che solo una insegnate di liceo
riuscì a decifrare. Nelle sue lettere precisava che uccidere la gente
per lui era un divertimento e le sue azioni erano spinte dal tentativo di raccogliere
schiavi da impiegare al suo servizio nell’aldilà. Si diede il
nome di “Zodiac” e alcune missive contenevano campioni della camicia
macchiata di sangue di un tassista da lui ucciso.
David Fincher racconta gli otto anni di ricerche e di documentazione prodotta
dalla polizia e da Robert Graysmith per il quale il serial killer fu un’ossessione
quasi autodistruttiva nel tentativo di identificarlo. Ad accompagnare Graysmith
in questa assillante analisi ci sono l’instabile giornalista Paul Avery
e l’ispettore Dave Toschi. Il racconto non presta troppa attenzione al
chi o al perché, ma al come. Dei 156 minuti di pellicola tre quarti
sono dedicati ad esaminare il processo di investigazione, di interviste ai
testimoni, di raccolta delle prove e di accurata revisione della documentazione
prodotta; il resto sono vaghe conversazioni personali e la riproduzione accurata
degli omicidi.
La storia è tutta circoscritta in un’atmosfera cupa ma mai obbligata;
tutto si rivela in modo naturale e semplice e acquisisce valore se lo osserviamo
come testimoni dei fatti, come spettatori di un documentario strutturato da
tanti dettagli riguardanti l’assassino e le sue vittime. È un
puzzle su diversi livelli, sia nella parte tecnica che artistica, preciso nei
dettagli e nella meticolosa ricostruzione dei fatti, che ha come finalità la
presentazione di un opera credibile.
La sceneggiatura di James Vanderbilt si basa sul romanzo di Robert Graysmith
e segue i movimenti dei tre protagonisti principali vincolati in qualche modo
al criminale: il commissario Dave Toschi (Mark Ruffalo), il giornalista Paul
Avery (Robert Downey Jr) e l’ossessivo vignettista Graysmith (Jake Gyllenhaal);
intorno a loro gira l’intreccio e le ricerche della polizia che molte
volte collimano con quella dei giornalisti. Non si concentra soltanto sulla
personalità dell’assassino ma indaga sugli effetti psicologici
che segnarono la vita di queste persone che in quegli anni hanno vissuto da
vicino questa storia e l’obiettivo principale delle scene ricade su di
loro; i più coinvolti in questa specie di persecuzione che li soggioga
rendendoli in qualche modo “vittime” dell’assassino.
Il regista analizza altresì il comportamento violento e distruttivo
di un pazzo mai catturato, un assassino intelligente, geniale e viscido che
con i suoi messaggi cifrati terrorizzò l’America. Le immagini
di violenza non sono forse estreme come quelle viste in “Seven” ma
sono molto profonde ed esplicite. Fincher in realtà non inventa niente
di nuovo, semplicemente cerca nuove risorse narrative che non aveva mai sperimentato
nelle sue opere. Prende forse come modelli ideali la sobrietà dei dettagli
utilizzati da Alan J. Pakula nella ricerca giornalistica sullo scandalo Watergate
in “Tutti gli uomini del Presidente” ed il tono estetico e documentaristico
di Robert Fleischer nel suo “Strangolatore di Boston”. I suoi film
parlano sempre, in un certo senso, della realtà e della sua rappresentazione
e quello che si nasconde dietro di essa. I personaggi perseguono continuamente
la verità ma non riescono a trovarla in un processo lungo dove lo spettatore
viene chiamato a partecipare, altrimenti rischia di annoiarsi.
Il regista sviluppa
una minuziosa storia intorno a questo serial killer per parlare della paura
quotidiana e dell’impossibilità di scoprire la realtà dei
fatti; espone la constatazione delle coincidenze che segnalano dove può trovarsi,
avvicinandosi alla verità, quasi toccandola, ma senza poter provare
che questa sia l’assoluta verità. La sfida degli attori è grande:
mostrare personaggi convincenti che tengano l’interesse vivo e ci riescono
grazie alle magnifiche e ottime interpretazioni in un’opera di qualità che
penetra nella mente dello spettatore.
Le teorie sul caso “Zodiac” si sprecano e lo scrittore Graysmith
nel suo romanzo attribuisce a questo serial killer, oltre alle sei persone
uccise note e tre sopravvissute all’aggressione, un numero molto più elevato
tra l’ottobre del 1966 e maggio del 1981. Uccise nei modi più svariati:
con colpi d’arma da fuoco, accoltellate, picchiate, strangolate … forse
secondo quella sua macabra promessa di raccogliere schiavi.
Gabriela Saraullo
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