RECENSIONI

LE VITE DEGLI ALTRI (Das Leben der Anderen)
Regia di Florian Henckel von Donnersmarck, con con Martina Gedeck, Ulrich Mühe (2006)

Sono gli ultimi anni del comunismo a Berlino prima della caduta del muro e tutti i cittadini sono sospettati, lo stato controlla tutti i sovversivi o sospetti tali: soprattutto gli intellettuali. In questa situazione di paranoia statale il regista risveglia lo spirito di “1984” di Orwell e rievoca i meccanismi e le ansie di un governo che desidera tenere tutto sotto controllo.

“La vita degli altri” approfondisce, con i suoi tre personaggi principali, temi importanti come il disinganno e la colpa, il compromesso, la lealtà, l’amicizia e il dovere; il tutto nella DDR sfatata e disillusa del 1984 e che dopo la caduta del muro rimase smembrata e senza struttura, ma che attualmente ha saputo fare esercizi di analisi storica interessante ed attuare un potere esorcizzante attraverso il cinema come in questo caso o nel caso di “Good By Lenin”.

L'organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est (Stasi) controlla che tra i cittadini non ci siano sovversivi. Il compito di sorvegliare e spiare uno scrittore famoso viene assegnato a uno dei migliori funzionari detto anche HGW XX/7: freddo e arido, lui ha il metodo infallibile, le domande precise e il tempo necessario per cui qualunque sospettato, se è colpevole, finisce per confessare e tradire i suoi amici.

Aldilà delle idee, del comunismo e del socialismo, esistono le persone, e come tali reagiscono agli stimoli; difatti, dopo ore e ore di ascolto, HGW XX/7 si scompone man mano che invade le vite altrui e ne rimane partecipe, cambia la sua percezione sull’applicazione di alcuni metodi che lui considerava giusti e necessari; in altre parole assistiamo al processo di umanizzazione del freddo ed implacabile poliziotto della Stasi.

L’attore Ulrich Mühe ha il compito di dare vita a quest’essere grigio che ha trascorso la sua vita a spiare gli altri e ad interrogare per estorcere informazioni, ha sempre controllato la vita degli altri tralasciando o forse evitando di vivere la propria. E’ un individuo secco, arido, noioso e perso in un mondo in cui vede sgretolarsi gli ideali in cui credeva. La sua interpretazione è magnifica, sembra uscire dallo schermo e divenire carne ed ossa. I suoi sguardi, i suoi cambiamenti interiori, i suoi desideri e le sue frustrazioni si plasmano in un’interpretazione memorabile.

I protagonisti sono condannati a non trovarsi mai faccia a faccia: da un lato Georg Dreyman (Sebastian Koch) il grande scrittore che in un clima di oppressione non riesce a scrivere quello che desidera, e dall’altra Gerd Wiesler/HGW, l’uomo della Stasi. Ma qualcosa spezza questo equilibrio, Dreyman rompe il suo silenzio letterario e Wiesler mette in discussione le sue convinzioni. Il trio è completato dalla donna dello scrittore Christa – Maria (Martina Gedeck), che avrà un ruolo scatenante nella trasformazione di tutti e due.

Un film genuino e con interpreti eccezionali, delimitato in un contesto carico di suspence e intensità. Sembra quasi impossibile raggiungere queste emozioni senza mai mostrare un goccio di sangue o esibire torture durante gli interrogatori; il tutto è rappresentato in modo razionale come la freddezza del regime tedesco. E’ una riflessione sulla difficoltà di sopravvivere, sulle conseguenze della mancanza di libertà, sull’ossessione per il controllo assoluto e sulle debolezze personali; dove i buoni denunciano e altri si redimono.

Lo spettatore si identifica con il personaggio nonostante il lavoro che svolge e gli ideali che ha, perché riesce a vedere quello che c’è dietro l’uniforme: l’uomo triste che alla fine non sarà più un numero ma una “persona”.

La ricostruzione dell’ambiente della Germania comunista è eccellente, gli esterni riproducono perfettamente quella sensazione di vuoto con le strade deserte e con poche macchine quasi tutte uguali.

“La vita degli altri”, o sonata dell’uomo buono, racconta di un uomo solo che si aggrappa alla disciplina del partito poiché non ha altra cosa in cui credere … prima di scoprire la vita degli altri, o in altre parole, quella che lui non aveva.


di Gabriela Saraullo