
Sono gli ultimi anni del comunismo a Berlino prima della caduta
del muro e tutti i cittadini sono sospettati, lo stato controlla
tutti i sovversivi o sospetti tali: soprattutto gli intellettuali.
In questa situazione di paranoia statale il regista risveglia lo
spirito di “1984” di Orwell e rievoca i meccanismi
e le ansie di un governo che desidera tenere tutto sotto controllo.
“La vita degli altri” approfondisce, con
i suoi tre personaggi principali, temi importanti come il disinganno
e la colpa, il compromesso, la lealtà, l’amicizia
e il dovere; il tutto nella DDR sfatata e disillusa del 1984 e
che dopo la caduta del muro rimase smembrata e senza struttura,
ma che attualmente ha saputo fare esercizi di analisi storica interessante
ed attuare un potere esorcizzante attraverso il cinema come in
questo caso o nel caso di “Good By Lenin”.
L'organizzazione di sicurezza
e spionaggio della Germania Est (Stasi) controlla che tra i cittadini
non ci siano sovversivi. Il compito di sorvegliare e spiare uno
scrittore famoso viene assegnato a uno dei migliori funzionari
detto anche HGW XX/7:
freddo e arido, lui ha il metodo infallibile, le domande precise
e il tempo necessario per cui qualunque sospettato, se è colpevole,
finisce per confessare e tradire i suoi amici.
Aldilà delle idee, del comunismo e del socialismo, esistono
le persone, e come tali reagiscono agli stimoli; difatti, dopo
ore e ore di ascolto, HGW XX/7 si scompone man
mano che invade le vite altrui e ne rimane partecipe, cambia la
sua percezione sull’applicazione di alcuni metodi che lui
considerava giusti e necessari; in altre parole assistiamo al processo
di umanizzazione del freddo ed implacabile poliziotto della Stasi.
L’attore Ulrich Mühe ha il compito di dare vita a quest’essere
grigio che ha trascorso la sua vita a spiare gli altri e ad interrogare
per estorcere informazioni, ha sempre controllato la vita degli
altri tralasciando o forse evitando di vivere la propria. E’ un
individuo secco, arido, noioso e perso in un mondo in cui vede
sgretolarsi gli ideali in cui credeva. La sua interpretazione è magnifica,
sembra uscire dallo schermo e divenire carne ed ossa. I suoi sguardi,
i suoi cambiamenti interiori, i suoi desideri e le sue frustrazioni
si plasmano in un’interpretazione memorabile.
I protagonisti sono condannati a non trovarsi mai faccia a faccia:
da un lato Georg Dreyman (Sebastian
Koch) il grande scrittore che in un clima di oppressione non
riesce a scrivere quello che desidera, e dall’altra Gerd
Wiesler/HGW, l’uomo della Stasi. Ma qualcosa spezza questo
equilibrio, Dreyman rompe il suo silenzio letterario e Wiesler
mette in discussione le sue convinzioni. Il trio è completato
dalla donna dello scrittore Christa – Maria (Martina
Gedeck), che avrà un ruolo scatenante nella trasformazione
di tutti e due.
Un film genuino e con interpreti eccezionali, delimitato in un
contesto carico di suspence e intensità. Sembra quasi impossibile
raggiungere queste emozioni senza mai mostrare un goccio di sangue
o esibire torture durante gli interrogatori; il tutto è rappresentato
in modo razionale come la freddezza del regime tedesco. E’ una
riflessione sulla difficoltà di sopravvivere, sulle conseguenze
della mancanza di libertà, sull’ossessione per il
controllo assoluto e sulle debolezze personali; dove i buoni denunciano
e altri si redimono.
Lo spettatore si identifica con il personaggio nonostante il lavoro
che svolge e gli ideali che ha, perché riesce a vedere quello
che c’è dietro l’uniforme: l’uomo triste
che alla fine non sarà più un numero ma una “persona”.
La ricostruzione dell’ambiente della Germania comunista è eccellente,
gli esterni riproducono perfettamente quella sensazione di vuoto
con le strade deserte e con poche macchine quasi tutte uguali.
“La vita degli altri”, o sonata dell’uomo buono,
racconta di un uomo solo che si aggrappa alla disciplina del partito
poiché non ha altra cosa in cui credere … prima di
scoprire la vita degli altri, o in altre parole, quella che lui
non aveva.
di Gabriela
Saraullo
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