RECENSIONI

RICORDATI DI ME - di Gabriele Muccino

di Chiara F.

Ci si sforza, invano, di sfuggire ai pregiudizi dell'ultima ora, o meglio degli ultimi due anni, che investono la cinematografia di Muccino. Invano perchè è evidente il calcolo,in questa seconda prova effettiva ( Ecco Fatto e Come te nessuno mai sono considerati a parte,in un idilliaco-illusorio underground personale) del regista romano. Furbissimo,perchè si avvale della bellezza sfavillante di luoghi e volti e perfette movenze da attori navigati, soprattutto nella classicità dei due pezzi forti del film,gli annunciati Bentivoglio e Morante.Troppi hanno parlato del ritmo,della composizione perfetta delle inquadrature,a volte denigrando l'urlato generale di questo film,che supera in tutti sensi i suoi epigoni. E' un condensato dei dialoghi da barzelletta-soap opera di Come te nessuno mai,interessante per l'energia che sprigionava e quel tentativo abbozzato di confronto tra adulti e non adulti,della trama eterna dell'amore oppressivo e disamorato de L'ultimo bacio,con le furiose litigate tra i due e la candida,ebete,insopportabile faccia tosta dell'uomo-bambino gigionesco,fintamente ribelle,fintamente profondo ed eternamente patetico. Dispiace vedere Bentivoglio calato in questo ruolo sfatto,tristissimo,lacunoso nell'intensità e nelle battute,il ruolo di un uomo che ritrova il vecchio amore che non sa d'amore,ma più che altro di pulsione post-adolescenziale idealizzata di una donna un po' meno vissuta, mista ad una morbosa e convenzionale attrazione. Contraltare,il personaggio di sua moglie, che nel crollo delle aspettative e delle speranze si dedica ad un'arte,ma con le consuete aspettative da quasi cinquantenne delusa,troppo impacciata,nervosa,piangente e annichilita per essere vera. La voce stentorea e incrinata del personaggio di Giulia si perde nell'apologia marcita del "nido" perduto, nell'ostinato vittimismo che è sì comune a troppe sue coetanee,ma assolutamente inverosimile perchè manca di un basamento profondo,della dignità necessaria, della forza che è propria della maturità. In fondo i due coniugi non sono altro che una vile caricatura dell'uomo medio, ammesso che esista, così meschini,stereotipati. Dov'è la loro interiorità? Tutto è troppo veloce, perentorio, ostinato e ottuso perchè i veri pensieri dei protagonisti fuoriescano,tant'è che viene il dubbio che questi non pensino affatto, come non pensa certamente l'odiosa figlia,vincente in fondo,ma perchè? Perchè non viene a tutti un po' da ridere allo snocciolarsi rapido,irreale delle tappe della sua assurda carriera? Troppo facile, sciocco, superficiale pensare che la prostituzione istituzionalizzata delle idee sia l'unica strada, e soprattutto far credere che basti un certo atteggiamento, ovvero la lobotomizzazione vera o presunta che la ragazza si autoinfligge. La storia di Paolo, quarto universo a sè stante e non comunicante con gli altri, è ancora più dispettosamente banale e classista :il ragazzo alto borghese "sfigato" e infatuato sempre di chi non può avere,che tenta rovinosamente di amalgamarsi al gruppo di rasta modaioli che abbattono a colpi d'ascia non solo l'immagine del movimento no-global e la vaghezza propositiva del pensiero politico dei tardo-adolescenti(la scenetta leziosa e incollata a mille altre del già citato film che "parlava di loro",in cui la bella ma non troppo manifesta il suo altolocato distacco all'amico che tenta di baciarla in un supermercato,chiedendo"ma tu lo sai cos'è l'infibulazione?"),ma anche l'ancora più vaga,inpalpabile ma vibrante e sotterranea vitalità emotiva e intellettuale dei "giovani". Insomma,nonostante questa sua furia disvelatrice e autodistruttiva, Muccino probabilmente opera una strategia ben precisa per provocare il cuore dello spettatore che tenta timidamente di legarsi a quel barlume certo della sua intelligenza, mostrandoci l'orrida,ultima trasformazione di creature che trovano un senso solo nell'estenuante rassegna giornaliera allo specchio,contro il quale sillabano frasi improponibili. Splendido e ricercato vuole essere quel gioco perpetuo di enormi armadi a specchio, appunto,come quello che riflette il viso da bambola malvagia e il corpo da automa pattinatrice di Valentina, l'atteggiarsi ansioso della sua bocca, il viso proteso verso il basso e inespressivo di Paolo mentre si prepara alla vita, oppure le telecamere che inseguono e carpiscono il nulla della famigliola riunita mestamente,invischiata più che mai dopo anni nel gioco del voler sembrare e del non voler guardarsi dal di dentro. Riprendendo i suoi eroi dall'alto(come i due fidanzati dell'Ultimo Bacio, di nuovo) e raccontandoli con il fastidioso voice-over, Muccino vuole pretendere di parlarci un po' di noi ma in realtà non ci parla altro che di sè stesso, indispettendo per la sua scelta oculata di rapire le masse con una finta elìte che stordisce gli altri e sè stessa beatamente negli ampi saloni e nella città avvolgente e defraudata, rinunciando a uno sguardo dal di fuori, a una coscenza anche cinica e passiva che costringa i suoi folli bambolotti a recuperare il ricordo della ragione. Nessuno dei personaggi,degli ambienti narrati rivelano,nella perfetta concatenazione degli eventi, l'esistenza di un passato, di un'autentica esigenza di contatto con l'altro,di liberazione. Invece di descrivere gente che soffre per essere stata privata dei propri desideri si mira a coccolare,"ricordare",rilevare la stolta sottigliezza di persone che sembrano già nate in un'era in cui avere un'ambizione personale, un'intima aspirazione non è più naturale. Il regista crea per queste persone un'ottima pellicola-alibi,in cui sacrifica volutamente la sua intelligenza, che spaccia le ingenuità più aberranti per scelte consapevoli di abbandonarsi ad un abisso.