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di Chiara F.
Ci
si sforza, invano, di sfuggire ai pregiudizi dell'ultima ora, o
meglio degli ultimi due anni, che investono la cinematografia di
Muccino. Invano perchè è evidente il calcolo,in questa
seconda prova effettiva ( Ecco Fatto e Come te nessuno mai sono
considerati a parte,in un idilliaco-illusorio underground personale)
del regista romano. Furbissimo,perchè si avvale della bellezza
sfavillante di luoghi e volti e perfette movenze da attori navigati,
soprattutto nella classicità dei due pezzi forti del film,gli
annunciati Bentivoglio e Morante.Troppi hanno parlato del ritmo,della
composizione perfetta delle inquadrature,a volte denigrando l'urlato
generale di questo film,che supera in tutti sensi i suoi epigoni.
E' un condensato dei dialoghi da barzelletta-soap opera di Come
te nessuno mai,interessante per l'energia che sprigionava e quel
tentativo abbozzato di confronto tra adulti e non adulti,della trama
eterna dell'amore oppressivo e disamorato de L'ultimo bacio,con
le furiose litigate tra i due e la candida,ebete,insopportabile
faccia tosta dell'uomo-bambino gigionesco,fintamente ribelle,fintamente
profondo ed eternamente patetico. Dispiace vedere Bentivoglio calato
in questo ruolo sfatto,tristissimo,lacunoso nell'intensità
e nelle battute,il ruolo di un uomo che ritrova il vecchio amore
che non sa d'amore,ma più che altro di pulsione post-adolescenziale
idealizzata di una donna un po' meno vissuta, mista ad una morbosa
e convenzionale attrazione. Contraltare,il personaggio di sua moglie,
che nel crollo delle aspettative e delle speranze si dedica ad un'arte,ma
con le consuete aspettative da quasi cinquantenne delusa,troppo
impacciata,nervosa,piangente e annichilita per essere vera. La voce
stentorea e incrinata del personaggio di Giulia si perde nell'apologia
marcita del "nido" perduto, nell'ostinato vittimismo che
è sì comune a troppe sue coetanee,ma assolutamente
inverosimile perchè manca di un basamento profondo,della
dignità necessaria, della forza che è propria della
maturità. In fondo i due c oniugi
non sono altro che una vile caricatura dell'uomo medio, ammesso
che esista, così meschini,stereotipati. Dov'è la loro
interiorità? Tutto è troppo veloce, perentorio, ostinato
e ottuso perchè i veri pensieri dei protagonisti fuoriescano,tant'è
che viene il dubbio che questi non pensino affatto, come non pensa
certamente l'odiosa figlia,vincente in fondo,ma perchè? Perchè
non viene a tutti un po' da ridere allo snocciolarsi rapido,irreale
delle tappe della sua assurda carriera? Troppo facile, sciocco,
superficiale pensare che la prostituzione istituzionalizzata delle
idee sia l'unica strada, e soprattutto far credere che basti un
certo atteggiamento, ovvero la lobotomizzazione vera o presunta
che la ragazza si autoinfligge. La storia di Paolo, quarto universo
a sè stante e non comunicante con gli altri, è ancora
più dispettosamente banale e classista :il ragazzo alto borghese
"sfigato" e infatuato sempre di chi non può avere,che
tenta rovinosamente di amalgamarsi al gruppo di rasta modaioli che
abbattono a colpi d'ascia non solo l'immagine del movimento no-global
e la vaghezza propositiva del pensiero politico dei tardo-adolescenti(la
scenetta leziosa e incollata a mille altre del già citato
film che "parlava di loro",in cui la bella ma non troppo
manifesta il suo altolocato distacco all'amico che tenta di baciarla
in un supermercato,chiedendo"ma tu lo sai cos'è l'infibulazione?"),ma
anche l'ancora più vaga,inpalpabile ma vibrante e sotterranea
vitalità emotiva e intellettuale dei "giovani".
Insomma,nonostante questa sua furia disvelatrice e autodistruttiva,
Muccino probabilmente opera una strategia ben precisa per provocare
il cuore dello spettatore che tenta timidamente di legarsi a quel
barlume certo della sua intelligenza, mostrandoci l'orrida,ultima
trasformazione di creature che trovano un senso solo nell'estenuante
rassegna giornaliera allo specchio,contro il quale sillabano frasi
improponibili. Splendido e ricercato vuole essere quel gioco perpetuo
di enormi armadi a specchio, appunto,come quello che riflette il
viso da bambola malvagia e il corpo da automa pattinatrice di Valentina,
l'atteggiarsi ansioso della sua bocca, il viso proteso verso il
basso e inespressivo di Paolo mentre si prepara alla vita, oppure
le telecamere che inseguono e carpiscono il nulla della famigliola
riunita mestamente,invischiata più che mai dopo anni nel
gioco del voler sembrare e del non voler guardarsi dal di dentro.
Riprendendo i suoi eroi dall'alto(come i due fidanzati dell'Ultimo
Bacio, di nuovo) e raccontandoli con il fastidioso voice-over, Muccino
vuole pretendere di parlarci un po' di noi ma in realtà non
ci parla altro che di sè stesso, indispettendo per la sua
scelta oculata di rapire le masse con una fin ta
elìte che stordisce gli altri e sè stessa beatamente
negli ampi saloni e nella città avvolgente e defraudata,
rinunciando a uno sguardo dal di fuori, a una coscenza anche cinica
e passiva che costringa i suoi folli bambolotti a recuperare il
ricordo della ragione. Nessuno dei personaggi,degli ambienti narrati
rivelano,nella perfetta concatenazione degli eventi, l'esistenza
di un passato, di un'autentica esigenza di contatto con l'altro,di
liberazione. Invece di descrivere gente che soffre per essere stata
privata dei propri desideri si mira a coccolare,"ricordare",rilevare
la stolta sottigliezza di persone che sembrano già nate in
un'era in cui avere un'ambizione personale, un'intima aspirazione
non è più naturale. Il regista crea per queste persone
un'ottima pellicola-alibi,in cui sacrifica volutamente la sua intelligenza,
che spaccia le ingenuità più aberranti per scelte
consapevoli di abbandonarsi ad un abisso.
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