
"E'
più facile modificare la composizione del plutonio che
le cattive inclinazioni dell'individuo. A spaventarci non è la
potenza d'esplosione di una bomba atomica, ma la potenza della
malvagità del cuore umano."
A. Einstein
Robert Redford con “Leone
per Agnelli” prende posizione contro il governo Bush e attacca
sia la guerra che i mezzi di comunicazione e si oppone chiaramente
alle azioni e alle strategie militari. Vediamo un’america
post 11 settembre, dove le persone vivono costantemente in uno
stato di sconforto e afflizione; sentimento comune sia per i repubblicani
che per i democratici. Nessuno è immune da questa perdita
di orientamento: né le persone, né il governo, né i
mezzi di comunicazione.
Un film dove
la guerra viene presentata attraverso diversi punti di vista
e dove è presente sempre una diatriba: se il conflitto
sia un bene o un male, se il denaro investito sia eccessivo oppure
no, se i politici del paese siano interessati o meno alla pace
in America. Le tre storie raccontate hanno una origine e un obiettivo
comune: non si incrociano mai ma ognuna di loro è un punto
chiave nello svolgimento degli eventi.
Washington:
Janine Roth (Meryl Streep), una veterana giornalista intervista
Jasper Irving (Tom Cruise), un senatore che vuole indurre la
reporter moralista ad aiutarlo a convincere l’opinione
pubblica sull’efficacia di un'azione militare degli Stati
Uniti in Afghanistan così da ottenere un maggior numero
di consensi.
California:
il professore Stephen Malley (Robert Redford) cerca di trasmettere
degli ideali ai suoi studenti, che sono si brillanti ma allo
stesso apatici sulla questione della guerra; vuole farli riflettere
sulla necessità di far parte attiva poiché rappresentano
la futura generazione.
Afghanistan:
sotto il fuoco nemico talebano, due vecchi studenti di Malley,
Brian (Derek Luke) ed Ernest (Michael Peña), dimostrano
il coraggio di mettere in pratica alcune loro convinzioni.
Mescolando
le diverse storie la trama trova un comune denominatore: quello
del conflitto in Afghanistan, delle conseguenze della guerra
e dei tanti soldati che ogni giorno si arruolano volontariamente
con l’illusione di dare un senso alla propria vita. Le
intenzioni dei protagonisti forse non sono negative, ma le
conseguenze sono tragiche. Il regista pone l’accento
sulle complicate relazioni politiche e sociali tra cittadini
del primo mondo e dei paesi sottosviluppati: cittadini che
pur vivendo in parti del mondo molto diverse sono collegati fra
di loro.
Un
lungometraggio senza effetti speciali che punta di più sugli
effetti etici e sulla critica che sulla politica antiterroristica
adottata dal presidente Bush negli ultimi sei anni di conflitto;
e che, al contempo, pone l’accento sull’assenza
di posizione dimostrata da parte di alcuni giovani americani.
La guerra è più raccontata che vissuta ma
il film non convince completamente: rimane qualcosa di superficiale
e pecca con i soliti luoghi comuni del patriottismo e del coraggio
americano, sfociando nel retorico e nell’eccessivo moralismo
dove i valori, la fede, l’integrità e la libertà appaiono
come le uniche verità che dobbiamo custodire e difendere.
“Leone
per agnelli” attacca la passività e l’indifferenza
delle persone ma, nonostante le magnifiche interpretazioni
dei tre protagonisti, la trama si ingarbuglia, le storie si
mischiano, i dialoghi rischiano di diventare monotoni a causa
della minuziosa analisi basata soprattutto in tre grandi piani
sequenza con situazioni di routine e mai straordinarie: due
soldati paralizzati e incerti, una intervista e un colloquio
tra un professore ed uno studente. Sebbene la guerra, con i
suoi mostri e le sue vittime, sia decritta in rari momenti
durante il film, la sua ombra è presente dall’inizio
alla fine e coinvolge anche le società più lontane,
quelle che non riescono a percepire l’esplosione
delle bombe.
Certamente “Leone
per agnelli” non passerà alla storia come la migliore
opera del cinema sulla guerra e sulla sua drammaticità,
ma sicuramente rappresenta un tentativo apprezzabile per offrire
una visione più aperta relativamente ad un tema così sensibile,
soprattutto negli Stati Uniti d’America; e questo non è poco.
Quello
di Redford sembra più un progetto politico da 35 milioni
di dollari, un reportage del partito democratico americano
più caro della storia, ma con un cast eccezionale e
la scelta di attori così importanti per i ruoli principali
fa presupporre che è un prodotto con un chiaro ed unico
obiettivo: gli Oscar. Non sorprenderebbe che questo film si
porti a casa qualche nomination e/o qualche statuetta per ribadire
l’esito del progetto del regista.
Ma
chi sono i leoni e chi sono gli agnelli?
Questa
frase è una metafora impiegata per descrivere provocatoriamente
il concetto di eroici soldati agli ordini di comandanti inetti
e di non temere mai un esercito di leoni condotti da un agnello,
al contrario è da temere un esercito di agnelli condotto
da un leone.
Nel
film non viene mai additato il colpevole, viene fatto il ritratto
di un’intera società responsabile, inconsapevole
o cosciente, come coloro che la manovrano; dal momento che
l’indifferenza, l’apatia e l’indolenza ci
rendono, il più delle volte complici di tutto ciò per
cui ci lamentiamo, senza mai far nulla in proposito.
di Gabriela Saraullo
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