RECENSIONI

IL DESTINO NEL NOME
di Mira Nair (2007)

“Il destino nel nome” si basa sul romanzo The Namesake (L’omonimo) della vincitrice del premio pulitzer Jhumpa Lahiri; storia di una famiglia dell’India immigrata negli Stati Uniti. La regista Mira Nair, così come la scrittrice, hanno una storia simile a quella dei protagonisti: vivono negli Stati Uniti ma mantengono un profondo legame con le origini indiane e percepiscono il conflitto interiore tra la ricerca di appartenenza e la difficoltà di vivere in bilico tra culture diverse. Il tema non è originale ed è stato già descritto anche da altri registi. Riguarda e vale a dire il trasferimento in un paese dove tutto è possibile, dove - grazie al sogno americano - si riesce a conquistare un pezzettino di felicità, ma dove emerge anche il contrasto tra due mondi molto lontani tra di loro. In questa trasposizione cinematografica troviamo l’onestà, la credibilità e il ritratto di quello che interessa maggiormente la regista, vale a dire le tensioni culturali e razziali che esistono ovunque.

Uno dei personaggi più rilevanti è quello di Ashima, una giovane nata a Calcutta che si sposa secondo le tradizioni indiane, segue suo marito negli Stati Uniti sostituisce la soffocante Calcutta con la gelida New York e si adatta poco a poco al nuovo stile di vita ma con grande sofferenza soprattutto a causa della lontananza dagli affetti più cari. Con il tempo imparerà a conoscere e ad amare suo marito Ashoke e ad accettare i cambiamenti in suo figlio “Gogol”, un giovane che cresce con il peso delle contraddizioni di due culture a confronto, due diversi stili di vita che si scontrano e si ritrovano. Tutto cammina di pari passo in questo racconto che gira soprattutto intorno all’immagine della famiglia. Grande è il rischio di affondare in un terreno troppo emotivo e cadere nel melenso. Ci troviamo, invece, di fronte ad una profonda riflessione sulla propria identità, sull’appartenenza ad una comunità e sulle proprie radici ai tempi della globalizzazione; oltre che su temi quali la morte, l’amore, le coppie miste, i matrimoni combinati, la necessità di separarsi dagli affetti più cari i problemi dell’immigrazione e i conflitti generazionali. Un viaggio emozionale attraverso scelte difficili come quella della scelta del nome del figlio, tra “Gogol” (riferito allo scrittore russo) e Nichel (americanizzato Nik).

Gogol non riesce a trovare il suo posto tra la cultura indiana dei genitori e la società americana nella quale è cresciuto; la sua vita non è poi così facile. I cambiamenti di nomi sono associati a cambi di identità. Come adolescente americano di prima generazione deve imparare a camminare su quella sottile linea che separa le sue radici bengalesi dai diritti di essere americano. Cerca di essere l’artefice del proprio destino ed è per questo che rifiuta il nome indiano, si fidanza con una ragazza americana e studia a Yale; i suoi genitori, al contrario, si aggrappano alle proprie tradizioni.
Questa dicotomia è molto forte ed è espressa in tutti i suoi aspetti: visuale nei costanti confronti tra le due città; narrativi e addirittura sonori. Le immagini contrapposte del Taj Majal e di una New York innevata acquisiscono valore dato che sono subordinate allo stato d’animo della madre carismatica, del saggio padre e dei figli che si renderanno conto che la distanza maggiore non alberga tra nazioni e culture ma nei loro silenzi intorno al tavolo. Così come il curry è un mix di spezie, il film è un mix di colori, di racconti, di poesie e di sofferenze.

La storia d’amore dei genitori di Gogol è profonda e non convenzionale. Quando si sposano sono due sconosciuti ma poi, poco a poco, imparano a conoscersi e si innamorano. Il loro amore non consiste nel dirsi ti amo o baciarsi in continuazione, ma si percepisce nel loro sguardo.

Coesistono diversi punti di vista della storia in modo tale che lo spettatore riesca a trovare una chiave di lettura dei personaggi; anche se l’attenzione viene canalizzata direttamente su Gogol, come il confine tra passato e futuro, come nuova generazione che cresce condizionata da due forze, da due culture. Non a caso non sa bene quale nome scegliere tra quello orientale e quello occidentale e lottando contro questa dicotomia lui passerà gran parte della sua vita prendendo alcune decisioni sbagliate che lo porteranno a confrontarsi con dilemmi esistenziali e parodie insospettabili.

Mira Nair non prende posizione e si mantiene al margine della storia. Non moralizza sulle scelte dei protagonisti; al contrario, ogni conflitto sembra diluirsi in se stesso e le decisioni di ognuno di loro vengono spiegate e raccontate dettagliatamente e non sempre sono prevedibili.

Il film funziona bene sui livelli intimi, nell’evoluzione del personaggio di Ashima – in lei un cambiamento lento ma ininterrotto. L’abnegazione e lo spirito di sacrificio nel primo periodo a New York, le sequenze di nostalgia, la sua adolescenza in una società repressiva e infine la libertà delle proprie decisioni che le permetterà di trovare il suo posto nel mondo. Il ritmo è pacato con lunghe pause e con tanti dialoghi; la narrazione che riesce ad avanzare grazie ai salti temporali e ai numerosi avvenimenti, mostrando - con dolcezza - alcune questioni che molte volte si trasformano in conflitti, valorizzando così le origini, il concetto di famiglia e il necessario adeguamento ai tempi moderni.

Gabriela Saraullo