|
di Chiara F.
Il
film di Bellocchio si apre in sordina,quasi
"mettendo le mani avanti".Stempera ogni accenno di pathos
e tensione con un susseguirsi freddo e rapido di immagini e voci
di repertorio,cornice grottesca della realtà irrappresentabile:i
giovani protagonisti,reclusi e incorporati in un "sistema"
germinale e minato,irrompono sulla scena come a voler spezzare il
quadro narrativo che recita le loro vite.il 1978 è presente,lo
è a dispetto degli abiti grigiastri che molti non riconoscono
e degli esemplari effetti di straniamento adottati dal regista nel
ricostruire una realtà-sogno nella casa rabbuiata e labirintica.
i 4 protagonisti hanno un pizzico di ingenuità, di ignoranza
e di risoluzione ciascuno .Su tutti, Una terrorizzata Maya Sansa
si aggira nelle vie strette che la congiungono al covo , strette
nonostante tutto, perchè dal momento in cui il frastuono
nel cielo grigio(quasi sempre) e l'apparecchio televisivo,usuale
dispensatore di immagini grottesche e distanti,le comunicano il
compimento della sua prima "impresa" si lascia andare
ad urla isteriche di una falsata e distorta gioia. Non è
davvero felice,ma si convince di esserlo;l'orgoglio è quello
di una giovanissima che devia paurosamente da una vita piatta, eppure
l'eccitazione viene presto compressa nella scatola serrata della
"storia" a cui partecipa,nella quale l'accerchiano gli
eventi inesorabili, le crisi ,lo stato d'allerta e la sua gabbia
psicologica costante, in cui cresce il conflitto tra senzazioni
e "doveri".La struttura a spirale del film,che così
fedelmente riproduce quella di un"fatto" e di quel periodo
in genere, è annunciata e orchestrata anche da "segni"
, come quello della sceneggiatura che Lo cascio-Moretti trova tra
il materiale del presidente, dall'allusivo titolo "Buongiorno,notte":
è la stessa che un ragazzo, collega infatuato e curioso del
personaggio di Chiara, le mostrerà svelandole la trama: la
stessa del film. Oppure si nota la sottile evidenza di "inserti",
come quello in cui in un luogo sinistro abitato da eccentrici i
personaggi di una seduta spiritica si interrogano sul luogo in cui
Moro è tenuto prigioniero:la risposta è"la luna"(non
si può fare a meno di pensare alla "piazza delle 5 lune"
del titolo del film di Martinelli);il luogo inoltre richiama esplicitamente
il salotto de "l'ora di religione" e la presenza stessa
del regista quasi sembra r ibadire
la continuità ideologia e extra-narrativa dell'opera del
regista. Ma l'esempio più importante di questo eterno ritorno
si ravvisa nella ciclicità con cui la pellicola assume toni
differenti dal nero-marrone dominante, e si spolvera quasi di un
grigio-azzurro che cancella le pieghe di un reale innominaBILE e
claustrofobico:sono i momenti d'apertura, dominati dalle frasi spesse
e cangianti di Moro, disperato senza ribellarsi, dalle rughe di
una figura con cui la protagonista intrattiene un rapporto immaginario,esclusivo,
pur temendo lo sconvolgimento che una realtà diversa dalla
sua potrà portarle. Chiara crede di vedere l'uomo uscire
dal nascondiglio, rivolgersi a lei,crede che la forza interiore
di cui avverte qualcosa spezzi le barriere di un corpo inerme e
le catene di un perfetto nascondiglio; ed è per comprendere
quest'oscura forza che scruta realmente l'inquietante sagoma, trasalendo
non appena questa passa davanti allo spiraglio che cela il suo occhio.
il pregio del film sta nei continui appelli al'intelligenza, incarnata
dai personaggi di Moro e del giovane collega,e,in parte,da brandelli
della coscienza della brigatista. La necessità di un incontro,di
un'esplorazione della complessità delle cose riecheggia attraverso
le frasi che la vittima rivolge ai compagni e alla propria moglie,
nella "scenetta" e nei discorsi dal contenuto apparentemente
banale offerti dalla famiglia di Chiara, nella disperata e contagiosa
vitalità di un personaggio che "non sa" eppure
"conosce" e si situa al di sopra delle parti. E'la comprensione
di questa complessità, invisa al terrore perentorio del "capo"
dei brigatisti, che provoca lo spettatore e percuote i personaggi,
caricandoli di emozioni e commozioni autentiche, e non,come hanno
scritto alcuni, una generica morale.
|