RECENSIONI

Babel
Regia di Alejandro Iñárritu. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, García Bernal, Koji Yakusho, (2006)

Filosofica, drammatica e cinematograficamente parlando, “Babel”, è una straordinaria produzione che porta con se un enorme impatto emozionale ed intellettuale. Diretta da Alejandro González Iñárritu, “Babel” completa la trilogia iniziata con Amores perros (2000) e 21 Grammi (2003).

Anche se non gioca molto con il tempo come nei precedenti film, la struttura è simile. Il titolo ci fa intuire che il tema centrale è quello degli equivoci e della mancanza di comunicazione; difatti si parla in arabo, giapponese, spagnolo e inglese ed è stato girato in Marocco, a Tokyo, a Los Angeles e a Tijuana. Mescolando le diverse storie, le frustrazioni, gli equivoci, le decisioni, la cattiva sorte e i terribili risultati; la trama trova un comune denominatore e ci porta ad un inevitabile risultato. Le intenzioni dei protagonisti forse non sono negative, ma le conseguenze sono tragiche. Il regista pone l’accento sulle complicate relazioni politiche e sociali tra cittadini del primo mondo e paesi sottosviluppati; anche se vivono in diverse parti del mondo sono collegati tra di loro.

La storia comincia nel deserto africano dove un padre di famiglia acquista un fucile per i figli affinché proteggano le capre dagli sciacalli. I due ragazzi decidono di provare il fucile e sparano su un autobus di turisti, ma la portata dello sparo è maggiore di quello che pensavano, e feriscono Susan (C. Blanchett) moglie di Richard (B. Pitt), una coppia di turisti in vacanza e in crisi dopo la morte di un figlio, ma le autorità sono sicure si tratti di un attentato terroristico. Nel frattempo, a migliaia di chilometri, il padrone del fucile che ferisce la Blanchett, un vedovo giapponese, non riesce a comunicare con sua figlia sordomuta che vive una crisi personale dopo il suicidio della madre; incapace di esprimere i suoi sentimenti con parole, ricorre al corpo e alla sua nascente sessualità. Nel frattempo una badante messicana porta due bambini americani in Messico per assistere al matrimonio del figlio. Il nipote (Gael Garcia Bernal) accompagna la donna in macchina, ma una volta arrivato al confine, per sfuggire al controllo della polizia, oltrepassa la frontiera e fugge lasciando la badante con i bambini nel bel mezzo del deserto.

Questa storia riassume la situazione di migliaia di persone che cercano di attraversare la frontiera americana, la frustrazione degli immigranti in paese straniero e l’incapacità di esprimere il desiderio di avere una vita migliore. La storia dei bambini marocchini parla più della disgregazione di una famiglia musulmana spirituale, che di un bambino perseguitato dalla polizia. Per il padre è forse più importante che il ragazzo spii sua sorella quando si spoglia, del fatto che abbia sparato contro un autobus.

Ogni storia coinvolge padre e figli, tragedia e trascendenza, le cose personali e le situazioni globali, l’irrefrenabile desiderio di comunicazione. In un solo istante, le vite di quattro gruppi di estranei in tre continenti collidono, si vedono intrappolate nella crescente onda di incidenti le cui proporzioni crescono senza poter essere controllate. Nessuno di loro arriverà a conoscersi, nonostante l’inattesa connessione che li unisce, rimarranno isolati perché incapaci di comunicare con le persone che li circondano. Le autentiche frontiere, più che linee fisiche esteriori, sono dentro di noi, sono le barriere del mondo delle idee. Quello che ci rende felici come esseri umani può essere diverso, ma quello che ci rende infelici e vulnerabili, oltre la razza, la cultura e la lingua è uguale per tutti. E’ un film sulle cose che uniscono non su quelle che separano, una sinfonia corale sulla mancanza di comunicazione, con diverse direttrici che si intersecano, si sfiorano, senza mai però sovrapporsi, muoversi o coincidere.

Il nucleo centrale è un tema del XXI secolo. Il film studia l’incomoda contraddizione che rappresenta vivere in un mondo dove la comunicazione, grazie alle ultime tecnologie, è semplice nell’ambito globale, ma i suoi abitanti si sentono lontani tra di loro, e isolati da barriere e malintesi superficiali.

di Gabriela Saraullo