
Filosofica, drammatica e cinematograficamente
parlando, “Babel”, è una
straordinaria produzione che porta con se un enorme impatto emozionale
ed intellettuale. Diretta da Alejandro González Iñárritu, “Babel” completa
la trilogia iniziata con Amores perros (2000) e 21 Grammi (2003).
Anche se non gioca molto con il tempo come nei precedenti film,
la struttura è simile. Il titolo ci fa intuire che il tema
centrale è quello degli equivoci e della mancanza di comunicazione;
difatti si parla in arabo, giapponese, spagnolo e inglese ed è stato
girato in Marocco, a Tokyo, a Los Angeles e a Tijuana. Mescolando
le diverse storie, le frustrazioni, gli equivoci, le decisioni,
la cattiva sorte e i terribili risultati; la trama trova un comune
denominatore e ci porta ad un inevitabile risultato. Le intenzioni
dei protagonisti forse non sono negative, ma le conseguenze sono
tragiche. Il regista pone l’accento sulle complicate relazioni
politiche e sociali tra cittadini del primo mondo e paesi sottosviluppati;
anche se vivono in diverse parti del mondo sono collegati tra di
loro.
La storia comincia nel deserto africano dove un padre di
famiglia acquista un fucile per i figli affinché proteggano
le capre dagli sciacalli. I due ragazzi decidono di provare il
fucile e sparano su un autobus di turisti, ma la portata dello
sparo è maggiore di quello che pensavano, e feriscono Susan
(C. Blanchett) moglie di Richard (B. Pitt), una coppia di turisti
in vacanza e in crisi dopo la morte di un figlio, ma le autorità sono
sicure si tratti di un attentato terroristico. Nel frattempo, a
migliaia di chilometri, il padrone del fucile che ferisce la Blanchett,
un vedovo giapponese, non riesce a comunicare con sua figlia sordomuta
che vive una crisi personale dopo il suicidio della madre; incapace
di esprimere i suoi sentimenti con parole, ricorre al corpo e alla
sua nascente sessualità. Nel frattempo una badante messicana
porta due bambini americani in Messico per assistere al matrimonio
del figlio. Il nipote (Gael Garcia Bernal) accompagna la donna
in macchina, ma una volta arrivato al confine, per sfuggire al
controllo della polizia, oltrepassa la frontiera e fugge lasciando
la badante con i bambini nel bel mezzo del deserto.
Questa storia
riassume la situazione di migliaia di persone che cercano di attraversare
la frontiera americana, la frustrazione degli immigranti in paese
straniero e l’incapacità di esprimere il desiderio
di avere una vita migliore. La storia dei bambini marocchini parla
più della disgregazione di una famiglia musulmana spirituale,
che di un bambino perseguitato dalla polizia. Per il padre è forse
più importante che il ragazzo spii sua sorella quando si
spoglia, del fatto che abbia sparato contro un autobus.
Ogni storia
coinvolge padre e figli, tragedia e trascendenza, le cose personali
e le situazioni globali, l’irrefrenabile desiderio di comunicazione.
In un solo istante, le vite di quattro gruppi di estranei in tre
continenti collidono, si vedono intrappolate nella crescente onda
di incidenti le cui proporzioni crescono senza poter essere controllate.
Nessuno di loro arriverà a conoscersi, nonostante l’inattesa
connessione che li unisce, rimarranno isolati perché incapaci
di comunicare con le persone che li circondano. Le autentiche frontiere,
più che linee fisiche esteriori, sono dentro di noi, sono
le barriere del mondo delle idee. Quello che ci rende felici come
esseri umani può essere diverso, ma quello che ci rende
infelici e vulnerabili, oltre la razza, la cultura e la lingua è uguale
per tutti. E’ un film sulle cose che uniscono non su quelle
che separano, una sinfonia corale sulla mancanza di comunicazione,
con diverse direttrici che si intersecano, si sfiorano, senza mai
però sovrapporsi, muoversi o coincidere.
Il nucleo centrale è un tema del XXI secolo. Il film studia
l’incomoda contraddizione che rappresenta vivere in un mondo
dove la comunicazione, grazie alle ultime tecnologie, è semplice
nell’ambito globale, ma i suoi abitanti si sentono lontani
tra di loro, e isolati da barriere e malintesi superficiali.
di Gabriela
Saraullo
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