A History of Violence (Cronenberg) descrive
una vita comune, di un uomo comune che vive in un normale e tranquillo
paesino degli Stati Uniti. Ma lo spettatore conosce il titolo
del film, vede le sequenze iniziali e sospetta che questa felicità quasi
illusoria ed apparente non è altro che l’epilogo
di una tragedia futura.
Tom (Vigo Mortensen) è il
gentile proprietario di un piccolo bar del paese. La sua vita è limitata
a servire caffè ai pochi clienti fissi, crescere i meravigliosi
figli e amare la sua bella moglie. Due spietati assassini entrano
un giorno nel bar in cerca di guai e cambiano per sempre la vita
del protagonista Tom, che uccide i malavitosi.
Tom diventa l’eroe
del paese, ma si trasforma dinanzi alla sua famiglia; tutto fa
pensare che il passato sia oscuro e misterioso. Difatti il passato
di Tom ritorna per riscuotere diversi conti in sospeso e da questo
momento Cronenberg segue minuziosamente l’impatto che questo
cambiamento esercita sulla vita familiare dei protagonisti. Non è più per
strada che il male può fare stragi, è dentro casa,
all’interno della famiglia.
Cronenberg è ossessionato dal tema del contatto fisico e
con questo film comunica che la violenza è in agguato dove
meno ce l’aspettiamo, l’autore gioca con il concetto
su cui la violenza genera altra violenza; come ad esempio il comportamento
violento del figlio sia a scuola che dentro casa.
Eccellente le
scelte di Cronenberg come la scena dell’incontro di Tom con
il fratello mafioso, un momento carico di tensione e tragedia che
si trasforma nell’unico momento in cui il pubblico ride;
o altri dettagli come l’aumento della clientela nel bar di
Tom dopo che lui ha ucciso i rapinatori: la gente del paese vuole
vedere sangue.
Geniale la scena finale: una silenziosa riunione familiare, uno
dei momenti più inquietanti e ansiosi
del film; redenzione o condanna? Non importa, qualcosa si è spezzato
tra i componenti di questa famiglia e non c’è più ritorno
in paradiso.
di Gabriela
Saraullo |