Appunti intorno alla serata del 12
APRILE al Cinema Detour
’77 : ROSE E PISTOLE
DALL’ASSEMBLEA
DI BOLOGNA A PISCICELLI, FASSBINDER VESUVIANO
di Chiara Lenzi
Perché il ’77
e d’intorni? Ne ricorre il trentennale, ma non si può restringere
il tutto solo ad una ricorrenza. Il ‘77 e gli anni
vicini, sono anni di transizione, che preannunciano quello che
sarà il panorama politico e sociale del futuro e di cui
ancora oggi siamo figli. La maggior parte di noi in quegli anni
era bambino, più o meno piccolo: come non sentirsi legati,
influenzati dall’humus di quegli anni che ha forgiato le
nostre coscienze, il nostro immaginario, i nostri sogni, le nostre
delusioni.
Queste prime serate, che speriamo non rimangano
isolate, nascono dalla voglia di confrontarci con quel periodo.
Il quadro politico in quegli anni si fa incandescente.
La contestazione si è spostata dagli studenti del ’68
al mondo operaio e più in generale al mondo del lavoro facendo
ipotizzare una “rivoluzione culturale” che presto naufragherà.
S’incrementano gli episodi di “guerriglia” con
ferimenti, sequestri, attentati, che all’inizio del decennio
erano sporadici per diventare quotidiani a fine decennio. L’apice
si raggiunge negli anni del cosiddetto “governo d’unità nazionale” (1976-79)
e con il rapimento e l’uccisione di Moro (16 marzo – 9
maggio 1978) e l’assassinio del sindacalista Guido Rossa
(12 dicembre 1978). Questo determinò una legislazione
e una prassi repressiva, dell’ “emergenza”, tanto
più che l’assemblea di Bologna del ’77 dimostrò che
l’estremismo ideologico aveva una consonanza, anche se non
una meccanica coincidenza, con l’estremismo militare.
Le conseguenza di questo stato di cose, non fu solo
politico, ma investirono il dibattito delle idee e della produzione
artistica. Il cinema italiano che fin dalla stagione neorealistica
si è ispirato alla realtà, facendo propria la capacità di
testimonianza e d’impegno civile, in quegli anni non sa più trovare
agganci con la realtà. Nella seconda metà del decennio
scomparirono i film (almeno quelli di finzione) legati alle cronache
dell’epoca fatte di contestazioni durissime, episodi sanguinosi
dislocati nelle università, nelle fabbriche, nelle piazze…
Nella difficoltà di leggere il presente,
di prendere delle posizioni, cominciano a prevalere le rievocazioni
storiche, le fughe anche parossistiche nel privato, le nostalgie
dell’adolescenza e la mitizzazione nostalgica degli anni ’60.
Questo allontana ulteriormente il pubblico dal cinema italiano,
avvicinandolo sempre più al piccolo schermo dove si può seguire
la cronaca quotidiana e l’attualità. I film di quel
periodo hanno una preponderanza di materiali comici. Lo spettatore
sembra cercare un’identificazione con i personaggi dello
schermo, insieme a un sentimento di smarrimento, impotenza di fronte
ai fatti cruenti che caratterizzano il quotidiano. Il film diventa
così valvola di sfogo e specchio della società (vedi
i film di Scola, di Monicelli, di Magni e di Risi, così come
i personaggi interpretati da Sordi, Tognazzi, Manfredi, Gassman
andavano in quella direzione), acquistando forza simbolica e funzione
sociale. Così come i film interpretati da Bud Spencer e
Terence Hill nascono dal bisogno di demistificare la violenza.
In quella fine anni ’70 inizia la crisi del
cinema italiano da cui ancora oggi non si è totalmente ripreso.
Il nostro cinema nel primo quinquennio degli ani ’70,
vede il prolungarsi del boom produttivo, qualitativo (cinema d’impegno
e d’autore) e di pubblico che aveva caratterizzato gli anni ’60.
Nell’estate 1976 una sentenza della Corte
Costituzionale statuisce la “libertà di antenna” in
una situazione che era (e in parte lo è ancora oggi) priva
di regole, dando vita ad una vera e propria giungla mediologica:
in pochi mesi sorsero migliaia di emittenti radiofoniche e centinaia
di emittenti televisive private. Nel febbraio 1977 si ha l’avvento
del colore. Lo spostamento della “domanda cinematografica” dal
grande al piccolo schermo fu inevitabile. Così come lo spostamento
d’interesse (economico e clientelare) della politica e dei
politici che abbandonarono a se stesso il cinema (non mantenendo
la reiterata promessa di una nuova legislazione in materia ferma
al 1963) lasciando che nel caos masmediologico si attuasse
indisturbata la legge del più forte. Le centinaia di nuove
emittenti appena nate non avevano programmi pronti a coprire l’intera
programmazione disponibile, così da una parte s’inizia
a comprare programmi dall’estero, dando il via all’”americanizzazione” del
gusto e dell’educazione audiovisiva di intere generazioni,
soprattutto di quelle più giovani; dall’altra si attinge
ai magazzini cinematografici per trasmettere film di ogni
genere e di tutti i tempi. I film così trasmessi diventavano
programmi dismettendo il vestito di film per il cinema: possono
così essere così tagliati, ridoppiati con dialoghi
impossibili, interrotti da pubblicità… La comodità di
vedere un film a casa senza pagare il biglietto vinse sulla pigrizia
di uscire, pagare il biglietto per vedere un film, pur se su grande
schermo e in condizioni di qualità maggiori. Ma non svanì la
voglia di film: verso la fine degli anni ’70, infatti, le
centinaia di film teletrasmessi quotidianamente sono state viste
da non meno di 5 miliardi di telespettatori, dimostrando che non è in
crisi il linguaggio cinematografico, ma l’assetto dell’industria
cinematografica, e soprattutto la sua fruizione in sala. La colpa
non deve essere data tutta all’“antenna selvaggia” ma
anche agli esercenti che hanno concentrato gli schermi di prima
visione in centro, chiudendo le sale di seconda e terza visione,
non migliorando l’assetto ambientale e tecnico, ma aumentando
parallelamente il costo del biglietto. Questo ha determinato una
concentrazione in poche sale di pochi film di grande impatto commerciale
(spettacolare).
A questo si aggiunga lo scadimento qualitativo della
produzione filmica nazionale e la parallela rinascita (spettacolare,
culturale e industriale) del cinema hollywoodiano: tutto questo
ha determinato il crollo della domanda soprattutto di cinema nazionale
(grande vincitore, invece, negli anni ’60 e nella prima metà degli
anni ‘70), determinando l’egemonia del cinema hollywoodiano
che è incontestabile ancora oggi.
Perché IMMACOLATA E CONCETTA? Piscicelli,
esordiente con questo film (rarissimo da trovare), rappresenta
un ponte tra il cinema italiano “moderno” e quello
cosiddetto “postmoderno”: Piscicelli , infatti, proviene
dalla critica e dall’organizzazione culturale, lavora per
lunga parte degli anni ’70 alla Mostra del Nuovo Cinema di
Pesaro, per poi buttarsi anima e corpo nella produzione e direzione
di Immacolata e Concetta. Partendo dall’esperienza
terzomondista di Pesaro, dalle frequentazioni neorealiste, Piscicelli
rivisita il proprio background colto andando a ritroso nelle radici
della sua cultura in senso antropologico: rilegge così il
neorealismo zavattiniano e/o rosselliniano attraverso le pratiche
basse del melodramma popolare e persino delle sceneggiate napoletane,
anticipando Risi jr., Tognazzi jr., l’estetica post-pasoliniana
dei sobborghi ripercorsi, per esempio, da Corsicato, Capuano, Farina,
Zanasi, Chiesa…
Il film ha una lavorazione travagliata: prodotto
grazie all’articolo 28 e al minimo garantito della Titanus
di Goffredo Lombardo. Lombardo si ritira durante la lavorazione
e la troupe continua a lavorare entrando in compartecipazione.
Sulla base della copia lavoro il film viene selezionato a Locarno
dove vince il Pardo d’Argento, dando inizio così al caso
Immacolata e Concetta. Il progetto estetico è quello
di far agire codici alti e codici bassi nello stesso spazio filmico.
Di qui una certa fissità della rappresentazione popolare
unita a una dilatazione del tempo filmico più proprio del
cinema d’autore europeo. Lo sguardo di Piscicelli è rigido,
distaccato, nonostante la materia vulcanica: registra, osserva,
ma non giudica… Anche nella rappresentazione della sessualità la
macchina è cruda, con uno sguardo puro (non voyerestico)
sulla realtà nel massimo del suo degrado. Suono in presa
diretta, rigoroso, non artificiale, a costo di risultare sporco: è per
lo più diegetico, registra gli eventi come fa la mdp. In
Piscicelli c’è uno sgomento che impone il silenzio,
c’è uno sguardo sulla realtà che non è più capace
di intervenire né di giudicare né di modificare.
Uno sguardo agghiacciato, anche se partecipante, sul mondo che
non ha più appigli per essere analizzato, se non il cinema
stesso, con i suoi generi, le sue rivisitazioni… |